2009

UTMB - Ultra Trail du Mont Blanc

Giro del Monte Bianco, 3 nazioni, 166 km, 9.400 m di dislivello positivo in semiautonomia, tempo massimo 46 ore, per un massimo di 2.300 corridori ammessi alla gara…

Dove: Chamonix
Quando: 25-30 Agosto 2009
Distanza: 166 km
Dislivello: 9.400 d+
Tempo: 40h16'33"
Posizione: 621/2.300

Tutto ha inizio ad agosto 2007, quando, con il socio Ale, mi sto recando verso Chamonix per tentare il Bianco (tentativo poi fallito a causa del maltempo) dai Grands Mulets.

Fermandoci a Courmayeur per fare colazione ho notato delle bandiere raffiguranti l’omino stilizzato, tutto affannato in un’evidente corsa, con sotto un titolo che era tutto un programma “The North Face Ultra-Trail du Mont-Blanc”.

Già facevo fatica a leggerlo tutto d’un fiato, figuriamoci poi a capirne il significato…

Avendo in testa un altro obiettivo (il Bianco, per l’appunto!) mi riprometto che appena sarei tornato a casa avrei approfondito la materia…

Detto, fatto!

Il tempo di capire come girava il fumo (!) e a gennaio del 2008 mi trovo iscritto, non senza difficoltà (iscrizioni on-line chiuse in 10 secondi!), alla CCC: 98km da Courmayeur a Chamonix con circa 5.600 metri di dislivello positivo.

A quel punto dovevo preparare una tabella che mi avvicinasse il più possibile allo sforzo che avrei dovuto affrontare. Il problema principale era il dislivello, visto che abitavo in pianura e quindi non avevo possibilità di fare salite. Per questo motivo ho unito la passione per lo scialpinismo con le uscite nel weekend cercando di fare più metri possibili.

Altro problema non da poco era allenarsi sulla distanza. Sono partito da distanze che il mio fisico conosceva già (fino a 50km), raggiungendo pian piano la soglia dei 100km, al Passatore (da Firenze a Faenza).

Finalmente arriva agosto e il giorno prima della gara mi reco a Courmayeur con la mia famiglia: la moglie Stefy (incinta) e Gaia, la prima figlia. Là ad attenderci c’erano papà Pulì e consorte Mery.

La mattina della partenza l’emozione è alta e la gara la corro “con la paura di mettere un passo davanti all’altro”, in quanto non sapevo quello che mi aspettava.

Partito da Courmayeur alle 11 in punto, arrivo a Chamonix alle 5.18 della mattina dopo. Un arrivo in sordina, con solo il babbo ad attendermi al traguardo e gli addetti ai microchip. La soddisfazione è tantissima, non solo sono riuscito a finire la gara ma l’ho chiusa egregiamente (per i miei tempi) ed ho vissuto un’esperienza da ripetere!

Torno in Italia eccitatissimo all’idea di correre “la lunga”, ovvero 166km e 9.600 mt d+.

Come un anno prima mi attacco ad internet e studio bene quali sono i requisiti minimi per la partecipazione, dopo un rapido calcolo capisco che ci vogliono 4 punti, la CCC me ne ha dati 3, me ne manca 1!!

Una delle poche gare che può darmi quel punto a stagione ormai finita, Settembre, è la Scaccabarozzi. Quindi, con nelle gambe la CCC, vado a correre questa gara.

L’inverno è dedicato al mantenimento di una certa velocità di corsa acquisita e a mettere su quanti più metri di dislivello possibile, perché poi so che in primavera avrei ricominciato a darci dentr.

Così le gare si susseguono: mezza maratona di Treviglio, maratona di Verona, 50 km lungo l’Adda, 100km di Seregno, sentiero 4 Lugli e l’apice pre-UTMB lo raggiungo partecipando al campionato mondiale 24h a Bergamo, dove il mio obiettivo è quello di eguagliare (o superare) il chilometraggio dei 166km che avrei dovuto affrontare.

Obiettivo raggiunto (per la cronaca: 170 km).

Gli allenamenti che mi trovo ad affrontare sono i più disparati: lunghi alla sera dopo il lavoro, ripetute alle 6 di mattina prima di iniziare il lavoro, uscite con il frontalino in montagna dopo il lavoro, allenamenti sul tapis roulant in palestra nella pausa pranzo cercando di rubare meno tempo possibile a famiglia e lavoro.

In men che non si dica è già agosto ed è già ora di partire per Chamonix.

Partenza alle 5 da casa per iniziare a correre alle 18.30.

Anche in questa trasferta ho fortunatamente dei supporters personali: la moglie Stefy, Gaia la prima figlia, Nicolò che nel frattempo è nato (e si fa sentire), papà Paulì e Mery.

La giornata che dovrebbe essere di riposo trascorre tra preparativi e burocrazie varie quindi arrivo all’ora X già stanco.

Alle 18.10, non ci sono più scuse, saluto i miei familiari, sapendo che li avrei rivisti a Champex-Lac dopo 123 km, in territorio svizzero, non prima di 24h. Con gli occhi lucidi dietro gli occhiali da sole mi dirigo verso la partenza.

Il conto alla rovescia giunge e dopo il via so che sarà un’estenuante, bellissima, logorante ricerca dei miei limiti.

La partenza è uno dei momenti più belli della gara: al di là dei 2.300 corridori, ci sono due ali di folla internazionale per almeno i primi 3 km del tracciato, che ti incitano e ti urlano “Bòn Courage, Bòn Courage” (espressione che avevo già imparato l’anno prima a conoscere).

I primi km scivolano davanti, siamo tutti in fila, sorpassare o lasciar passare è difficoltoso, così ci si adatta ad un’andatura “forzata” che magari non ti appartiene.

Arriva il primo ristoro, in un paese, tutto il villaggio è in festa, tutta la gara, su tutto il percorso è vissuta come una festa, è questo il bello!

Poco dopo è tempo di tramonto, un tramonto spettacolare sui ghiacciai del Monte Bianco, che diventano tutti rosa. La prima notte in gara è passata in modo strano: mi ricordo benissimo della fitta nebbia che non ci permetteva di vedere le balise (segnali rinfrangenti) avanti a noi, costringendoci spesso a dover tornare sui nostri passi, ne tanto meno ci permetteva di correre; ma non ricordo altrettanto bene i luoghi dove sono transitato, gli eventi vissuti e la fatica sopportata. È come se ci fosse stato un black-out.

Lo scollinamento tra la Francia e l’Italia ha portato non solo un traguardo mentale ma anche la luce del nuovo giorno, infatti proprio sulla discesa che porta in una della valli di Courmayeur, la Val Veny, ha iniziato a sorgere il sole, inondando di luce prima le alte vette, poi anche gli angoli più reconditi delle vallate. Il sole ha portato in me nuova energia e voglia di proseguire.

Giunto al primo ristoro in terra italica ho constatato che molta gente come me ha sofferto durante la notte e molti di questi non hanno proseguito.

Ancora qualche km ed ecco Courmayeur, posto a 78km, meno delle metà della corsa e punto cruciale del percorso in quanto qui sono stati trasportati dei sacchi da Chamonix per il cambio, qui si può mangiare, dormire, farsi curare, farsi massaggiare. Per quanto mi riguarda opto per un cambio vestiti ed un buon pranzo (sono le 9 di mattina!) a base di pasta, formaggio, pane, mocetta, yogurt, coca cola, caffè. Dopodiché riparto.

Si susseguono poi salite e discese verso il rif. Bertone, rif. Bonatti, Arnuva, Grand Col Ferret che segna lo spartiacque tra Italia e Svizzera. Dopodiché una lunga discesa, che purtroppo non ho potuto correre a causa dei quadricipiti “impietriti”, porta verso il paese di La Fouly, nel Vallese. Da qui ancora un lungo tratto ci porta a Champex-Lac.

Sul percorso, prima di Champex, trovo mio papà che mi è venuto incontro, quindi condividiamo un tratto insieme fino al ristoro. Come Courmayeur, anche Champex, posto al 123° km, è un passaggio clou del percorso, infatti oltre a tutti i servizi già citati, da qui partono le ultime tre salite che sono ritenute le più dure.

Sotto il tendone ho modo di riposarmi in compagnia di tutti i familiari, di mangiare con calma e cambiarmi. A differenza di quanto mi è stato consigliato da tutti, decido di ripartire subito senza dormire, perché ho paura che se mi fossi addormentato, al risveglio, non sarei più stato in grado di continuare.

Riparto quindi in compagnia di altri tre concorrenti, già conosciuti in altre gare, e appena dopo aver fatto i primi 50 metri di dislivello della terzultima salita mi accorgo di aver fatto un grosso errore a non dormire. I colpi di sonno sono continui, pesanti e pericolosi! Visto che anche gli altri sono nelle stesse condizioni facciamo a turno a tenerci svegli.

Confidiamo in un ristoro che è posto su un tratto in piano in cima alla salita, per bere del caffè. Nonostante la quantità elevata di caffeina introdotta in corpo gli effetti lasciano a desiderare e la discesa risulta davvero difficile. Decidiamo allora di sederci per 5 minuti a bordo del sentiero ed accovacciarci con la testa tra le gambe, a turno, per riposare un pò, ma i risultati sperati non arrivano. La tentazione di fermarsi a dormire è alta, ma non è possibile, sarebbe troppo pericoloso: è notte, fa freddo e il terreno è impervio. Decido allora di raggiungere il primo posto utile e di dormire un po’, non mi interessa in che condizioni, voglio solo essere al sicuro. Questo posto sembra, ed è, così distante tanto da farmi sembrare una via crucis i km che ci separano.

Finalmente vediamo le luci, le case si avvicinano. Giunto in prossimità di un passaggio in mezzo ad gruppo di una manciata di case, mi congedo dagli altri e decido di fermarmi. Mi siedo fuori da un’abitazione, spalle al muro, testa tra le gambe e subito mi addormento. Nel frattempo mi raffreddo e mi vengono i brividi. Decido allora di approfittare di una sdraio che si trova proprio di fronte a me, fuori da un camper. Così mi siedo lì, almeno è all’asciutto e in una posizione decente. Nel torpore del dormiveglia mi accorgo che i padroni di casa, i camperisti, mi stanno (giustamente) controllando e così non mi dicono nulla. Raggiunto questo lusso mi lascio scivolare nel sonno. Sonno che viene ben presto interrotto da una sorpresa, una vera sorpresa: un volontario che si aggirava lì (erano circa le 2 di notte) mi copre con sacco a pelo, che goduria! Il tempo di riscaldarmi e di pensare che “ho già ripreso le forze” ed eccomi di nuovo in cammino, ho dormito 15 minuti in totale!

Dopo circa mezz’oretta raggiungo il ristoro di Trient e lì, dove potrei dormire, mi limito a mangiare e bere, in quanto mi sento bene, dopodiché riparto per la penultima salita. Altro gravissimo errore! Subito dopo la partenza mi accorgo di avere ancora sonno, molto sonno. Ma adesso il problema è più grave: ho sonno, sono solo e non posso permettermi di sbagliare un solo passo.

Decido allora che al primo posto utile organizzo una sorta di bivacco, con il telo termico, tutti gli indumenti che ho e la tuta di carta che ho nello zaino. Sorpasso un fienile, che molto mi ha tentato, ma di cui per fortuna non ne ho approfittato.

Intanto è da 48h che non dormo, inizio ad avere le allucinazioni: vedo doppio, i sassi mi sembrano persone, tende… mi ricordo dall’anno precedente che in cima alla salita, dopo un lungo tratto in falsopiano, ci dev’essere un posto di controllo: spero abbiano una tenda!

Cammino lentamente, faccio dei passi e poi mi accorgo che ho gli occhi chiusi, per fortuna ho i bastoncini. Vedo la luce oltre un colletto, è il posto di controllo. Man mano mi avvicino mi accorgo che quello che desidero non c’è: nessuna tenda, c’è solo un gazebo con il tappeto per il rilevamento del microchip ed un minuscolo fuocherello, con della legna portata da chissà dove (siamo a più 2000 metri e gli alberi non crescono).

Attorno al fuoco ci sono seduti tre concorrenti ed uno è sdraiato su un fianco. Mi siedo anch’io, ho troppo sonno. Appena mi siedo i tre se ne vanno, quindi prendo il loro posto, sdraiandomi, come l’altro. Mi addormento. Un forte urlo, poco dopo, mi sveglia. È uno degli addetti al cronometraggio che mi ha dato la sveglia, non so perché, probabilmente perché non voleva che mi addormentassi a lungo, a causa del rischio di assideramento che avrei corso.

Frastornato, incazzato per il trattamento, mi rimetto in piedi e riprendo in qualche modo la discesa, ho dormito sì e no 10 minuti.

È una discesa orribile, interminabile, mi pare un supplizio!

Intanto continuo ad avere le solite allucinazioni e i colpi di sonno, che mi rendono davvero difficile andare avanti. La tentazione di fermarsi a dormire è tanta, davvero tanta. Ma so che non posso, non devo farlo e per questo continuo, facendo un grossissimo sforzo di volontà.

Man mano che scendo inizia ad albeggiare e con la luce si illumina anche la mia mente.

Da dietro sento arrivare due, dei tre runner, con cui avevo fatto la salita precedente, che nel frattempo si erano fermati a dormire, quindi mi aggrego nuovamente a loro e così, quasi per magia, ricomincio a correre, come se fossi fresco!

Giungiamo al ristoro di Vallorcine, prima dell’ultima salita. Mangio, bevo e riparto da solo ostinato a finire il prima possibile questa gara. Mi sento bene, il sole mi ha fatto rinascere ed è come se mi avesse annullato le fatiche fatte nelle 35h precedenti.

Sull’ultima salita riesco a superare una cinquantina di concorrenti, sto davvero bene!

Inizia l’ultima discesa, vado bene, sono lucido ed in forma. Ancora una piccola salita prima di quello che è davvero l’ultimo ristoro e dopo del quale c’è solo ed unicamente discesa (o piano).

Qui trovo mio papà, che si è fatto una bella sgambata per venirmi incontro. Quello che riesco a dirgli è unicamente “ti fa niente se vado?” e così giù a capofitto verso Chamonix, voglio poter sfruttare questo momento di euforia. Corro e corro, non mi sembra vero di avere nelle gambe 39h e poter ancora correre così.

È incredibile quanto la mente umana possa fare!

Decido di godermi gli ultimi chilometri, quel che è fatto è fatto, les jeux sont faits, rallento il ritmo, cammino un po’, entro in paese e già da lì sento venire dalle macchine che passano gli incitamenti.

Bravò, bravò ricomincio a corricchiare, per me è il giro d’onore. Un anello di circa 1km nel paese è completamente presidiato dal pubblico che ti incita e tu sai che ce l’hai fatta e che è stata dura. Curva a sinistra, curva a destra e poi ancora curva a sinistra.

Eccolo lo striscione, sotto cui migliaia e migliaia di appassionati di tutto il mondo desidererebbero transitare.

Rallento ancora, vedo Stefy coi bambini e Mery, tutti che mi applaudono.

Mi fermo, un bacio a Stefy, prendo in braccio Nicolò (Gaia si rifiuta) e taglio il traguardo, dopo 40 ore e 16 minuti.

Così. Con un po’ di fierezza e molta umiltà.

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