2020

24 Ore - Lupatotissima

Una gara di 24 ore. Una corsa lunga un giorno. Un concentrato di momenti, situazioni, emozioni, fatiche, gioie, dolori e soddisfazioni. Il tutto in un solo giorno.

Dove: San Giovanni Lupatoto
Quando: 19-20 Settembre 2020
Distanza: 193,724 km
Tempo: 24h
Posizione: 5/91 Secondo italiano

Un giorno può essere lunghissimo, lo si può intendere di ben 24 ore o addirittura di ben 1.440 minuti o nella peggiore delle ipotesi di 86.400 interminabili secondi. Ma.

Quando mi sono iscritto a questa gara, dopo l’eccitazione del momento, dei primi giorni, man mano la data di partenza si avvicinava, la tensione cresceva e con essa la preoccupazione sul come gestire tutto quel tempo, facendo peraltro qualcosa di faticoso, che poi si sarebbe trasformato, in alcuni momenti, in estremamente faticoso.

E allora ho dovuto ricorrere a quanto ho imparato dalle esperienze sportive passate, dai libri letti su questi argomenti, che spesso ho divorato, e…dalla vita!

Mi son creato quindi una mia strategia mentale.

Ho attinto, sì, anche da altri suggerimenti, anche di esperti, ma alla fine là, su quel circuito di quasi 1.200 mt, avrei dovuto correre, o camminare, io per un giorno intero.

Per questo il mio primo stratagemma mentale prevedeva di “dividere l’elefante a fette”. Questa l’ho imparata al lavoro, in ufficio. Niente di nuovo, l’avevo già sperimentata anche in altre situazioni e di fatto consiste nel suddividere il risultato finale in tanti altri piccoli risultati intermedi. Parlando di una corsa podistica lo si può tradurre nel raggiungere traguardi intermedi, senza pensare al traguardo finale.

E così, si parte pensando alla prima ora, poi alla prima mezza maratona, poi pensi alla prima maratona, poi ad arrivare ai 50km, poi solitamente da qui si prosegue di 5 km in 5 km o ci si regolare in base ai ristori.

Ad un certo punto comunque anche questo piano diventa difficile da rispettare, in quanto si perde di lucidità e quindi si torna a correre “a sensazione”.

Il secondo trucco mentale che ho voluto utilizzare per affrontare questa ultramaratona è stato quello di relativizzare la durata e la difficoltà. Al limite forse, però aiuta. Ecco come funziona, una sorta di auto-convincimento: ​devo correre per un giorno? Ok, un giorno! Cosa vuoi che sia un giorno rispetto alla vita intera? E poi, pensa se in quel giorno potesse succedere qualcosa (di positivo) che ti cambia la vita per sempre o per molto tempo! Non ne vale la pena !?

E​ così km dopo km, giro dopo giro, sono andato avanti auto-convincendomi che stavo facendo la cosa giusta.

L’ultimo trucchetto, forse il più elementare ma anche più efficace, si può tradurre in poche parole: ​l’ho voluto IO!​ E penso che questo non ci sia bisogno di commentarlo…

E così ci si ritrova alla partenza. Non si torna indietro.

Si è cercato di fare tutto al meglio, curando ogni particolare.
Allenamento: lunghi, lunghini, lunghetti, allenamenti notturni, corse intorno al quartiere per simulare il circuito.
Alimentazione: carico di carboidrati, visita dietologa, tabella alimentare, idratazione, integrazione, proteine.
Fisico: massaggi pre-gara, tecar, onde d’urto…meglio di un astronauta.
Materiale: tutto al top, per non lasciare niente al caso, 3 paia di scarpe, 5 magliette,
2 giacche 20.000 colonne, 2 termiche etc etc meglio di un alpinista di alta quota.

Penso che probabilmente tutti questi aspetti tecnici, materiali e non, servano a colmare le insicurezze che popolano il cervello di un atleta che sta per intraprendere una gara, un’esperienza, di questo tipo.

E con questi dubbi ancora in testa, le scarpe ben allacciate e tutto pronto per essere utilizzato mi dirigo verso la partenza.

Mancano 15 minuti.

Appello.

Distanziamento sociale, siamo nell’epoca del Covid e per quanto si può, a volte penso un pò ipocritamente, ci distanziamo per cercare di limitare i contagi.

Bang, la pistola spara.

Si parte.

Sono le 10 in punto. Il sole è alto e batte forte sulla pista di Bussolengo che percorreremo per i suoi 3/4, per diverse volte, prima di uscire nelle vie e nei parcheggi adiacenti in un percorso abbastanza tortuoso (più di 10 curve) ma tutto sommato scorrevole.

I primi giri scorrono veloci, corro facile a 5’/km, ma so che che è troppo veloce! Cerco di regolarmi, rallento e ritrovo un ritmo un pò più consono.

Intanto dai box Stefano Punzo e Roberta Orsenigo ad ogni giro mi rivolgono un cenno: un saluto, un bicchiere d’acqua, i sali, la barretta, una foto, due parole… l’assistenza è fondamentale in queste gare e più tardi me ne accorgerò meglio.

Intanto passo alla mezza, siamo intorno al 1h45, la media è sempre quella dei 5’/km, troppo!

Durante uno di questi giri, mentre passo Mario (Pirotta), lui in modo acceso e determinato mi dice di rallentare: ho sempre stimato Mario, sin da quando lo conobbi per i campionati dei bancari, persona riservata e umile ma estremamente determinata e capace. È stato atleta della nazionale di 24h ore per 5 anni, ha dei PB di tutto rispetto. Mi ha accompagnato durante gli ultimi 80km de L’Abbraccio di Bergamo.

Per questa occasione mi sono rivolto a lui per gli allenamenti chiave e oggi lui è qui, anche, per me.

Per questo mi sento in dovere di ascoltarlo e rispettare quanto mi mi dice.

Rallento, il passo si fa più greve, la stanchezza inizia ad avanzare.

Siamo in pieno pomeriggio, fa caldo. Bevo tanto, sto seguendo la tabella alimentare alla perfezione: un’altra grandissima fortuna che ho per questa gara è la presenza di Stefano e Roberta al ristoro.

Sono due professionisti del settore ed anche atleti di esperienza, anche in queste gare.

Con loro e il loro team ho condiviso le ultime settimane di preparazione: trattamenti fisioterapici e indicazioni alimentari, inoltre sono molto entusiasti di questa mia partecipazione, in quanto permette loro di tornare “sul campo”, in qualità di assistenti, cosa che Stefano ha fatto in diverse occasioni per la squadra nazionale.

Mi ritengo molto, molto fortunato per questa loro presenza: Mario, Stefano e Roberta sul campo.

E poi, da casa parenti e amici immagino che mi stanno seguendo: 24 ore sono lunghe…

Nel frattempo il pomeriggio sta sfumando, il sole inizia a calare e le ombre iniziano ad allungarsi.

Le ombre… le ombre sono state mie compagne di viaggio, infatti per cercare di distrarmi, non avendo altri elementi, tra le altre cose, guardavo anche come le ombre si muovevano.

Pazzia?

No, lo reputo più un adattamento!

Verso sera è ora del primo pasto caldo: pasta in brodo con un pò di formaggio. Sto iniziando a faticare a mangiare, ho lo stomaco abbastanza bloccato.

Allora Stefano si ingegna per prepararmi dei bicchieri che siano bilanciati dal punto di vista alimentare: proteine, carboidrati e brodo caldo che mi da una bella sensazione.

Quella del brodo è una usanza che ho imparato alla Marathon Des Sables, nel 2019. Dopo tante ore che si assumono cibi chimici e dolciastri si sente la necessità di qualcosa che ti cambi il sapore e così è stato col brodo. Nel deserto il momento topico era il brodo caldo con dado e con pezzi di bacon e pancetta bolliti… una delizia, di cui ovviamente non avanzava nulla!

Il sole tramonta, è ora di cambiarsi. Si accendono le luci della città e del campo di atletica.

C’è ancora euforia nell’aria, tra i partecipanti un pò meno.

Già da qualche ora si vedono alcuni atleti ritirarsi, vanno via e lasciano il loro ristoro, vuoto. È il segno di una sconfitta. Crea tristezza.

Intanto, giro dopo giro, i dubbi dell’ultramaratoneta si fanno strada: sono passate circa 10h di gara, non siamo neanche a metà, davanti c’è la prospettiva di una notte lunga, buia e faticosa.

Ormai la tabella dei chilometri e quella alimentare rimangono più per teoria che per pratica, sono in ritardo rispetto a quanto avrei voluto fare.

Crisi. Valuto il ritiro.

Stefano e Roberta mi assicurano che in questo momento è abbastanza normale questa sensazione.

Li ascolto.

Faccio una pausa leggermente più lunga.

Riparto.

Nel frattempo vedo altri concorrenti che continuano a correre come dei dannati… Ma come faranno mi chiedo?? Molti altri invece sono nelle mie stesse condizioni, o addirittura peggio.

Ormai è notte.

Anche Mario ha valutato di fermarsi ma poi parlando insieme si è convinto ad andare in fondo anche a questa ennesima avventura.

Le ore passano. I giri si fanno sempre più lenti. Sono circa in decima posizione.

In questa gara le donne stanno dando una dimostrazione di superiorità incredibile: al di là che ne ho ben 4 davanti, in classifica, ma è incredibile vedere la regolarità e la determinazione con cui si danno battaglia o, a volte, collaborano. Eleonora Corradini, Elena Fabiani, Francesca Canepa e, la slovena, Natasa.

Certo questo non è un bel segnale per il mondo 24h italiano maschile: parlando con alcuni concorrenti tutti mi confermano che nei tempi addietro c’era molta più qualità, anche in questa disciplina.

Ormai è notte fonda, il traffico delle vicine strade è ridotto all’osso, i rumori sono ovattati.

La città dorme.

Qualche festaiolo ritardatario è sul bordo del percorso, incita ed applaude ad ogni singolo concorrente. Ora dopo ora. Sino quasi alla mattina.

Ammiro la sua costanza….penso che magari lui vorrebbe essere al posto nostro e per un motivo o per un altro non può e quindi questo mi da ancora più stimolo per andare avanti a fare ciò che sto facendo.

Le palpebre si chiudono, vorrei solo sdraiarmi qualche minuto: qui entra in gioco “l’assistenza” Stefano e Roberto, sono un elemento fondamentale di questa avventura, me ne sto rendendo conto ancora una volta. Stefano è assolutamente contrario affinché mi sdrai, ma gli strappo una concessione di 5 minuti.

Mi sdraio e chiudo gli occhi, ma so che non posso fermarmi troppo altrimenti non ripartirei più. Così appena mi chiamano mi faccio forza e riparto, pian piano…

La notte sta quasi finendo. Guardo i chilometri sono circa a 150km, ma ciò che più mi interessa adesso è tornare a vedere il sole e la luce. Son sicuro che mi ridarà nuova vita.

Fa freddino: sto correndo con giacchetta, paraorecchie e forse guanti (non ricordo!).

È quasi l’alba, vagamente sento un odore di bruciato, di plastica bruciata. Non ci faccio caso più di tanto, potrebbe essere qualsiasi cosa. Invece, dopo pochi minuti c’è un viavai di persone agitate e si vede del fumo salire da un locale adiacente alla pista, sede della manifestazione. Un quadro elettrico ha preso fuoco, ma fortunatamente le fiamme, alte circa 2/3 metri sono state prontamente domate, anche grazie all’intervento dei vigili del fuoco. Durante questo accadimento c’è stato il rischio di vedere andare in fumo ore e ore di gara e giorni e settimane di preparazione. Fortunatamente non è andata così!

Inizia ad albeggiare, per me è sempre un momento emozionante!

La stanchezza ormai non si conta più. Il campo torna a brulicare di vita, i curiosi tornano ad affacciarsi lungo il percorso, i partecipanti continuano la loro attività sul percorso, c’è chi letteralmente si trascina per un motivo o per un altro, mentre ce ne sono altri che vanno avanti come treni!

Sono circa le 8, il sole è alto e ormai tutti sono svegli. Mancano 2 ore alla fine della gara: inizio a fare due calcoli anche sulla classifica.

Apprendo dall’esterno che potrei andare a podio per quanto riguarda la classifica IUTA di specialità. Mai un obiettivo fu più stimolante: da quel momento ho ricominciato a correre come se fossi appena partito!

Una nuova energia mi ha accompagnato nell’ultima ora e mezza di gara (un’esperienza simile l’avevo già provata all’arrivo dell’UTMB dopo la seconda notte passata in gara).

Se di notte “correvo” a circa 5/6 km/h, nelle due ultime ore sono riuscito a trovare un buon ritmo e giravo a circa 10/12 km/h che dopo un giorno sulle gambe è un buon ritmo.

Questa rinascita mi ha permesso di guadagnare un paio di posizioni e qualche chilometro in più.

Così, con un finale degno da personal best in mezza maratona ho corso gli ultimi 3-4 giri a tutta, volendo guadagnare quanto più potevo.

Ultimo giro.

Gli organizzatori consegnano delle bandierine numerate che devono poi essere lasciate sul posto esatto raggiunto al momento dello stop finale.

Ultimi metri, ultimi minuti….vedo concorrenti che ormai sono fermi, si congratulano, camminano.

Personalmente ho voluto andare fino in fondo. Stefano me l’aveva detto “l’ultima ora di una gara di 24 ore è la più emozionante”, così è stato.

Doppio segnale acustico, tutti fermi, gara finita !
193 km, un buon risultato considerando che era la mia prima vera gara di 24 ore (un’altra gara di 24 ore l’ho corsa a Bergamo, nel 2009, in occasione dei campionati mondiali c’era la possibilità anche di correre come open e così avevo partecipato, ma con molta esperienza in meno).

Dopo una gara importante ed impegnativa è sempre un momento speciale, particolare: solitamente si è soddisfatti per ciò che si è riusciti a fare, a volte molto a volte un pò meno. Però si ha sempre quella sensazione di vuoto, di “e adesso cosa faccio?”.

Ci si sente appagati, con più esperienza nelle gambe e dentro di noi, ma anche con un vuoto da colmare, alla prossima occasione!

Questa gara è stata particolarmente impegnativa e sofferta. Non ho ottenuto esattamente il risultato che avrei voluto, in termini di chilometraggio raggiunto. Ma sotto forma di insegnamento personale e sportivo il risultato è andato ben oltre le aspettative!

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